Recensioni Penelope

Posted by claudio Category: Recensioni

Penelope, profumo di Adriatico

Nuove strade, percorrendo vecchi sentieri. Centrifugando emozioni e affinità eletive, suoni e retaggi culturali. Le frontiere della musica popolare e anche quella della tradizione si sono allargate da tempo. Guardando a sud, a nord, ad ovest. E ad est: da dove provengono tonalità che si allacciano volentieri alla cultura mediterranea della Puglia. E, da tempo, la radice salentina si è ramificata oltre l’Adriatico, in luoghi dove sa nutrirsi per tornare rimodellata, arricchita. Gli Adria, per esempio, sono tra quelli che, sempre più spesso, oltrevarcano quel mare che unisce: riapprodando, infine, sulle sponde di Puglia. Scambiando con quel mondo vicino e ancora un po’ misterioso idee, sensazioni, esperienze. Claudio Prima, il suo leader, sperimenta, accosta, rischiando soluzioni anche imprevedibili: da anni. Con la sua Bandadriatica, che poi è l’evoluzione orchestrale del progetto di base, e con questa formazione di soli quattro elementi: più intima, meno invadente, più attenta alle sfumature. Il viaggio di andata e ritorno verso sponde diverse, dunque, è datato. E non si ferma mai. Adria, cioè, è l’intuizione di partenza che non si sgretola. Ma che, anzi, si fortifica. Che vanta molte situazioni dal vivo e buona fama. E che, nonostante tutto, sino a maggio scorso non si sorreggeva su alcun supporto discografico. Stranamente.
Ma il difetto – da maggio, appunto – è cancellato. Con Penelope, il primo album del consolidato quartetto salentino: che gli Adria hanno presentato nel cortile del Palazzo Baronale di Collepasso, da quelle parti chiamano più confidenzialmente castello. E che, in realtà, è una location recentemente ristrutturata, un contenitore assolutamente adatto ad ospitare le situazioni culturali che transitano. Come Collepasso InVeste d’Arte, una sei giorni approntata dall’associazione Cantieri Ideali che coniuga musica, teatro, letteratura e fotografia. Penelope, registrato alla Fabbrica dei Gesti di San Cesario, a pochi chilometri da Lecce, e supervisionato da Valerio Daniele, è quindi un disco che raccoglie parte della produzione già eseguita dal vivo in differenti occasioni. Complessivamente, undici tracce alle quali, nel corso del concerto di Collepasso, si sono affiancati altri titoli. Da “Moulinette” ad “Aujourd’hui”, da “25 Trecce” (canto di matrice albanese) a “Non Ti Ho Detto” («scritto – rivela Claudio Prima – con la malinconia di chi non ha avuto il tempo di dire tutto»), da “Penelope” (è il brano che suggerisce il nome all’intera raccolta) a “Canto” («brano sviluppato in italiano, ma pensato in dialetto, dedicato alla musica popolare: nella speranza di conservare la semplicità»), da “G24”( «quando la musica del mare si mescola al traffico dele città che si affacciano sui porti dell’Adriatico, si fa nervosa, caotica») a “Pa Llegar Hasta tu Lado” (unica cover, della messicana Lhasa De Sela). Per finire con Napoloni, un sunto delle danze che accompagnano gli interminabili matrimoni albanesi.
«Cercare la musica in Adriatico – scherza Claudio Prima – è come cercare la principessa in questo castello. Bisogna passeggiare lentamente, stanza per stanza, con passione: certi che il suo sguardo, prima o poi, premierà le fatiche della navigazione o del cammino». L’incrocio di trame musicali dove diverse identità musicali si incrociano senza scontrarsi è affidato all’organetto del suo capitano, al violoncello di Redi Hasa, arrivato in Salento da Tirana, ai sassofoni del galatinese Emanuele Coluccia e alla voce elastica e senza tempo di Maria Mazzotta, che allarga gli orizzonti, offrendo compiutezza ad un lavoro che Prima non esita a definire tritatutto. Non a caso: perché il punto nodale della questione è reinventare e reinventariare suoni e accordi, improvvisare, trascinare il patrimonio musicale di un porto verso un altro, mescolare, shekerare. Lasciandosi cullare e spalleggiare da quell’Adriatico che dà e pretende. Che tutto prende e tutto concede. E che non sta fermo mai.
Maurizio Mazzacane – La musica intorno

Il giornale della musica

Nel corso degli ultimi vent’anni l’Adriatico è tornato a unire terre che non si guardavano più da secoli. I salentini Adria sono un emblema del fenomeno che coniuga musiche delle due sponde per creare itinerari sonori nuovi. L’esordio discografico, registrato in presa diretta e costituito in buona parte di inediti, giunge dopo cinque anni di vita del gruppo ed è in punto d’arrivo di un profondo processo di elaborazione del linguaggio musicale di cinque musicisti complementari, affermati nel circuito della world music italiana, come Claudio Prima (organetto, voce), Maria Mazzotta (voce), Redi Hasa (violoncello), Emanuele Coluccia (sax tenore e soprano, pianoforte), Vito De Lorenzi (batteria, percussioni). Un linguaggio sviluppato a partire dalle musiche popolari albanesi e salentine, trattate però con una sensibilità compositiva contemporanea e jazzistica. Il risultato è un delicato equilibrio fra canzoni dal lirismo raffinato ma miracolosamente naturale, che segna i passi migliori dell’album (“Favole”, “Canto”, “Non sento”), e pezzi strumentali con l’esuberanza dei ritmi balcanici (“Siamo arrivati stanotte”), architetture complesse pur se a tratti poco fluide (“G24”) e una scrittura di ricerca (“Penelope”, “La grande guerra”).
Marco Leopizzi

 

BLOGFOOLK

Al debutto discografico con la piccola etichetta molisana, ma già attivi da un lustro, gli Adria sono Claudio Prima (organetto, voce), Redi Hasa (violoncello), Emanuele Coluccia (sax tenore e soprano, pianoforte), Maria Mazzotta (voce), Vito De Lorenzi (batteria, percussioni). L’idea di Adria scaturisce dalla collaborazione tra Prima, uno dei maggiori esponenti dell’organetto contemporaneo in Salento, l’albanese Hasa, salentino d’adozione ed elezione, e Coluccia, musicista di formazione jazz. La memoria corre subito a Bandadriatica, di cui questi artisti fanno parte, ensemble anch’esso alla ricerca di vie comuni tra le sponde adriatiche. Tuttavia, in Adria si avverte una maggiore propensione a far confluire lirismo, moduli musicali di terra d’Otranto, tratti popolari dell’area albanese e un ampio orizzonte jazzistico. La figura di Penelope assurge a simbolo di una relazione indissolubile con questo mare. L’iniziale “Favole” è una canzone dalla luce e dai colori folk salentini in cui si apprezzano la vocalità avvolgente della Mazzotta, i caldi passaggi di sax e le eleganti costruzioni del trio d’archi (due violini e una viola). Si cambia registro con “Penelope”, brano dall’avvincente impasto sonoro, in equilibrio tra forza espressiva dei solisti e dimensione d’insieme. Se “Canto” si riporta ad atmosfere più intimiste, con “25 trecce” – illuminata dall’oboe di Mario Arcari – e “Siamo arrivati stanotte” stilemi melodici albanesi e vorticosità ritmiche balcaniche si fanno preponderanti. “Non ti ho detto” è costruita su dialoghi timbrici ed improvvise impennate. In “G24”, “Tre di fiori” e “La grande guerra” l’incontro-scontro tra violoncello e organetto, tra matrici jazz, musica contemporanea e forme ispirate alle musiche tradizionali si fa più pronunciato, conducendo ad una voluta caoticità. La voce di Maria si connota per la vibrante tensione narrativa nella rilettura del tradizionale “Non sento”, uno degli episodi più alti del disco, mentre le trame d’insieme del conclusivo “Jader” gettano ancora un ponte tra genti adriatiche.
Ciro De Rosa

IL FATTO QUOTIDIANO
Adria, moderni naufraghi in cerca di approdi

Non c’è mare più meticcio dell’Adriatico: innumerevoli i popoli che vi si affacciano, ciascuno con la sua cultura, le sue tradizioni, le sue Madonne, le sue contraddizioni. Eppure gli Adria riescono a fare di questo mare il trait-d’union tra culture lontane fino a fonderle in un’unica sensibilità musicale alla quale approdare come dopo un lungo viaggio. Un sound ora dolce ora quasi schizofrenico guida la voce calda di Maria Mazzotta che danza sulle note di un violoncello, un sax, un organetto e sul ritmo incalzante delle percussioni creando un impasto che lievita. Il lavoro si presenta organico e composito sia dal punto di vista dei testi sia dei suoni. Il talento emerge senza esitazione in ogni brano, in cui è difficile distinguere le influenze jazz da quelle folk, le sonorità balcaniche da quelle squisitamente nostrane. La sponda occidentale, finisce per accarezzare quella orientale attraverso un linguaggio fatto di storie, favole, cantilene e musiche popolari che sembrano salpare dalle loro terre d’origine per seguire le onde del confronto e della conoscenza.

Vera Risi

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